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Domenica, 05 Marzo 2017 10:01

Introduzione Concerto 8/3

Introduzione al Concerto a cura della Coordinatrice del Centro per la diffusione della cultura e della pratica musicale di Ateneo, prof.ssa Maria Antonella Galanti.

La musica è un po’ come un viaggio nello spazio e nel tempo e per questo dedichiamo il secondo concerto annuale a quella del XX secolo. Viaggiare, infatti, non avrebbe senso se cercassimo nei luoghi che visitiamo qualcosa di simile a quelli che lasciamo partendo. Il viaggio nutre la nostra curiosità se ci pone di fronte all’inconosciuto e ci fa provare la meraviglia che è alla base della conoscenza.

In questo concerto la partenza ideale è data da Gershwin, il quale sosteneva di saper trovare musica ovunque, persino nel cuore del rumore. Un americano a Parigi è un viaggio nel viaggio che esprime la nostalgia delle atmosfere sonore del “nuovo mondo” dei primi decenni del XX secolo mescolandole con quelle coeve francesi, attraverso le impressioni di un viaggiatore. Con la sua musica Gershwin recupera la tradizione, ma mettendo in dialogo la sonorità classica e gli stilemi musicali tipici del blues o del jazz e trasponendo, nel musical, gli insegnamenti di grandi maestri come Debussy, Ravel, Stravinskij e Schoenberg.

Il concerto inizia, però, con un brano di un compositore che si discosta dagli sperimentalismi del XX secolo in favore di un registro melodico e avvolgente: Samuel Barber. Dopo Gershwin segue la musica di Holst, a cavallo tra il secolo che muore e quello nascente, il XX, con una composizione anch’essa bipartita tra un motivo solenne e un altro malinconico. Il contrasto, ma anche l’intreccio indissolubile tra gioia e malinconia, è un po’ il filo rosso conduttore del programma di questo concerto.

Il primo brano, l’Adagio per archi di Samuel Barber, eseguito per la prima volta nel 1938, è anche la colonna sonora di alcuni film (tra i quali Platoon di Oliver Stone e Elephant Man di David Lynch) e poiché è diventato presto quasi la metafora musicale assoluta della malinconia, è stato eseguito durante funerali di personaggi importanti come Albert Einstein e John Kennedy. Eppure, data la sua cangiante versatilità, è stato anche utilizzato in un videogioco e in qualche episodio de I Simpson. Quando compone l’Adagio, arrangiando il secondo movimento di un suo precedente quartetto, Samuel Barber ha solo ventisei anni e siamo nel 1936: Hitler è già al potere, si respirano nell’aria i funesti presagi del secondo conflitto mondiale e l’Adagio sembra esprimere, soprattutto se associato a immagini, il dolore profondo assoluto, nello stesso tempo quasi innalzandosi sopra di esso ed elaborandolo. Questa musica è ferita che sanguina, ma anche carezza che consola e lenisce. Ed è quest’ultima, in fondo, che possiamo accostare alla funzione essenziale dell’arte e della cultura in ogni loro espressione.

Di malinconia è intriso il diversissimo, e paradossalmente anche brillante e gioioso, Un americano a Parigi. Evocando questa composizione si materializza subito, nella mente, il blues dell’assolo struggente della tromba, che segue, in felice contrasto, il pizzicato dei contrabbassi ripreso poi, a mano a mano, dagli altri strumenti. Per tutta la composizione siamo coinvolti nel dialogo-scontro tra cantabilità e ritmo, reso ancora più spiazzante dalla presenza, inusitata in un’orchestra classica, dei sassofoni. Gershwin intreccia la musicalità dei francesi e quella americana affidando ad assoli di fiati l’evocazione dei luoghi di Parigi, che viene descritta a comparata a New York attraverso la specificità sonora di ciascuna. Il viaggio è duplice: dentro di sé, con la nostalgia per il proprio paese lontano, e fuori di sé, nell’attrazione per una città tutta da scoprire anche se già immaginata.

Chiude il concerto il Bolero di Ravel, una composizione legata alla costanza melodica e alla ripetizione ritmica dell’ostinato iniziale affidato al tamburo, mentre le variazioni sono generate dai timbri, cioè dall’inserimento graduale degli altri strumenti. I due temi principali si avvicendano continuamente e il crescendo, dal pianissimo inziale al maestoso finale, è creato dall’introduzione successiva di gruppi strumentali e attraverso l’intensità del volume. Il nostro viaggio si conclude, così, ancora una volta con un contrasto creativo: la danza della ballerina che mette in scena il paradossale abbraccio fra ritmo e sensualità.